Il Serpente del Sogno
16/10/2019, ANNO 447QE, Narbeleth (10)

Idril saluta Aelfwyne ed indica delle rovine poco distanti dal palazzo come luogo prescelto per il rituale. Un luogo antico, permeato dall’Essenza, dove la prima città di Annúminas dominava incontrastata. Rinfrancati e ristorati da otto ore di sonno, si apprestano nel cuore di una notte senza luna ad andare incontro al loro destino. Si incamminano per un sentiero coperto di erbacce e di muschio che si snoda sinuosamente, qua e là appaiono ancora delle zone lastricate, ma l’erba spunta ovunque tra le pietre; di tanto in tanto si intravede la base di un muretto lungo la strada, antica delimitazione di un campo scomparso nella brughiera e tra le erbacce. Il cielo è sereno, ma buio, ed il vento freddo che soffia dalle colline dona un’aria quasi invernale al paesaggio. Il vento ulula con rinnovato furore: aspro e tagliente, fa rabbrividire. Si possono cogliere i suoni di voci nel vento man mano che ci si avvicina alle rovine, che sembrano sussurrare nella burrasca: “…aah…eeh…iiiah… Ah… dah… evia! Andate via!”. Poi, mentre il gruppo comincia a cercare Idril, scorge la luce di un fuoco violentemente scossa dal vento. Avvicinandosi, vedono qualche rovina (lo stipite di una porta, alcuni detriti e fondamenta inghiottiti dai rovi e dalle erbacce), e tre sagome intorno a un fuoco. Dopo molti indugi, non trovando tracce di Idril, Lutholinnad e Kelkian decidono di incontrare i tre.
C’è un uomo di statura alta, con le spalle larghe, ed il viso squadrato e nobile. Appare nel pieno della sua maturità: i suoi capelli sono neri, le sue tempie sono appena ingrigite, ed emana un’aura di autorità e di forza. Indossa una cotta di maglia, un elmo ornato da una stella intarsiata, e porta un bel corsetto di velluto nero ricamato con le sette stelle argentate dell’Arthedain. Al suo fianco giovanotto slanciato, fine ed elegante. Quello che colpisce è la sua grande bellezza: i suoi occhi sono grigio mare, i suoi capelli nerissimi, il suo viso è nobile e armonioso. Indossa un bel corpetto blu scuro e argento, delle alte braghe marroni, stivali leggeri, e porta sulle spalle un mantello corto di velluto con frange di pelliccia. Infine vi è vecchio dai capelli bianchi e radi, le spalle cadenti, il ventre piccolo e le gambe gracili. Il suo viso, solcato dalle rughe, ha dei lineamenti molto plebei; si indovina alla prima occhiata che si tratta di un Uomo comune. Comunque, è vestito con un bel mantello lungo ornato di broccato e pelliccia, chiuso da una spilla preziosa. Inoltre, porta una sopravveste di velluto ricamato di stoffe preziose e sulle sue dita brillano numerosi anelli. I tre sono persi nei loro pensieri ed i loro demoni personali, fissando il fuoco con occhi vacui, non parlano tra loro e non si muovono.
Alla vista di Lutholinnad e Kelkian, il più giovane si alza in piedi e prende la parola; dice ai due che, per onestà, può presentarsi assieme ai compagni solo raccontando la loro storia, poiché tutti e tre hanno volontariamente scelto l’esilio su questa collina. Lutholinnad acconsente ed il giovane inizia “Io sono Cyriandil, Dunadan di Ilmos, scudiero della corona di Arthedain, e avevo una sorella bella come un ciliegio in fiore. Il suo nome era Miriel”, l’uomo maturo prosegue “Io sono Sir Romencar, Dunadan della casa di Neunial, cavaliere della corona di Arthedain, e avevo un’amante candida come un’aurora estiva. Il suo nome era Miriel.” l’uomo anziano conclude infine “Io sono Maselos, il Pellicciaio di Ilmos, e avevo una sposa splendida come l’oro. Il suo nome era Miriel.”
Cyriandil racconta la morte di sua madre, lo sconforto suo e della sorella, le prospettive di un tetro avvenire. Maselos racconta che era un artigiano stimato, un mercante ricco, e che gli affari andavano bene. La sua sfortuna fu di chiedere troppo, volendo sposare Miriel per la sua giovinezza, la sua bellezza e la sua nobiltà. Sua moglie non era felice, e così conobbe l’amarezza, la gelosia, e dovette sopportare le maldicenze che ogni marito troppo vecchio si tira dietro quando sposa una ragazza molto giovane. Romencar racconta che era un signore molto stimato, con una sposa fedele e dei bei figli. Prese Cyriandil come scudiero, incontrò Miriel e dimenticò tutto il resto, famiglia e onore, perdendosi negli occhi della giovane. Maselos racconta che si è presto reso conto che sua moglie lo tradiva col bel cavaliere. Era diventato lo zimbello dei suoi vicini; siccome non poteva lottare contro il cavaliere, scrisse alla moglie di lui per denunciarle l’adulterio. Il cavaliere si infuriò, e venne per pestarlo. Allora Maselos cacciò sua moglie e dichiarò che la ripudiava per la sua infedeltà. Miriel corse a raggiungere Romencar, e insieme decisero di fuggire, avendo perduto il loro onore. Cyriandil poi racconta che troppa era la vergogna e il disonore per il suo nome e per quello di loro madre. Allora pugnalò sua sorella al petto per lavare nel sangue tutte queste lordure. Tutti e tre hanno considerato le proprie responsabilità per questo dramma. Legati dall’odio, ma anche dall’amore per la stessa donna, sono fuggiti insieme da Ilmos, e da tempo dimenticato vivono fra queste rovine, non sapendo più cosa fare. Domandano qual è secondo loro la cosa più onorevole da fare in questa situazione. Lutholinnad suggerisce di tornare ad Ilmos, affrontare le loro colpe e donare una degna sepoltura alla giovane Miriel. I tre Uomini sono rinfrancati da queste parole di cordoglio, comprensione e compassione e giudicano saggio questo parere, così chiedono ai due di viaggiare insieme a loro ed aiutarli a redimersi.
Come in una processione il gruppo segue i tre, confusi e scioccati dalla situazione surreale. Il tempo è piovoso e avvilente. Fredde ventate schiaffeggiano i viaggiatori, nuvole basse e scure corrono sopra le colline, la landa è grigia e spenta, la notte è fosca. Il viaggio sembra prolungarsi in modo indefinito fra l’umidità e il freddo. Tutti hanno la sensazione di essersi smarriti, girando in tondo. La natura sembra più che mai disabitata e dei luoghi e delle costruzioni di Annúminas non vi è traccia, sebbene la conformazione del territorio sembra dir loro che si trovino nello stesso luogo dove sorge la città. Ai primi bagliori dell’alba il gruppo scorge un terreno coltivato, con campi ben delimitati e anche qualche gregge di montoni e pecore da lana sugli sparuti pascoli. Un piccolo borgo domina la base della collina, laddove il fiume Brandivino nasce dal lago di Vesproscuro. È protetto da una muraglia bassa ma solida, su cui si apre una porta fortificata. Si tratta di Ilmos. Nonostante il sole nessuno riesce a togliersi sensazione di freddo. L’umidità striscia fra i muri e fra le carreggiate, la dolce luce delle lanterne lascia grandi coni d’ombra, vagamente inquietanti, e benché il borgo non sia affatto grande, si ha la sensazione di potersi perdere con sconcertante facilità. Maselos propone a tutti di alloggiare a casa sua sulla piazza del mercato. Anche la casa di Maselos è una bella dimora ad arcate, regna tuttavia un’atmosfera glaciale. Dopo poco tempo il sole sembra già volgere al tramonto verso Est, un corno suona l’allerta ed i contadini scendono in piazza. Un ingente manipolo di fetidi uomini e centinaia di Orchi attende fuori il borgo; il loro condottiero, un Cavaliere Nero (?Din Ohtar?) che monta un destriero altrettanto oscuro, chiede con voce gentile ma ferma di poter rifocillare le sue orrende truppe all’interno delle mura.

Regna il terrore nel borgo, nessuno sa cosa fare, decidono così di prendere tempo e cercare di organizzare una ritirata per salvare almeno i più deboli e indifesi della comunità. Nel frattempo Zathos incalza Cyriandil facendosi confessare il luogo dove giace il corpo di Miriel. Lutholinnad la recupera in un profondo pozzo nel giardino d’inverno della casa di Maselos ed il suo corpo viene restituito alla terra, con la dignità che gli spetta. Già Cyriandil sembra sollevato ed ora scuote Romencar, incitandolo ad ergersi a difesa del villaggio, mentre Maselos sembra essere caduto in una depressione irrecuperabile. La notte sta trascorrendo veloce, quando finito il breve rito funebre per la ragazza il corno della guardia cittadina rimbomba più prepotente che mai. La porta fortificata è stata aperta, Maselos uscendo inosservato ha lasciato inspiegabilmente che le truppe irrompessero, portando morte, distruzione e fiamme. Orchi sciamano nel borgo, Maselos è atterrito dal suo stesso tradimento, immobile giace inginocchiato in preda al pianto e alla disperazione nel mezzo della piazza e sta per essere raggiunto dal gigantesco cavaliere nero, che ora segue le sue truppe all’interno. Una lunga ombra si allunga verso Maselos, quando il gruppo riesce a trascinarlo via appena prima di essere ghermito dall’ombra e si dichiara disposto a perdonarlo, a patto che si riprenda e che li aiuti a fronteggiare il nemico.
I tre uomini redenti dalla compassione e dal supporto del gruppo si ergono a difesa del villaggio, insieme a loro, il gruppo si prepara alla battaglia.

Le vesti del cavaliere nero, privato delle sue prede, iniziano ora a turbinare nell’aria; questi lascia cadere a terra con un tonfo la pesante spada lunga e la gigantesca mazza ferrata; parti dell’armatura, l’elmo e tutto il resto, di staccano una ad una, lasciando intravedere null’altro che il vuoto più oscuro della notte stessa. Il vuoto ondeggia, serpeggia in forme indefinite, forme astratte, fino al punto in cui si modella e lentamente prende le sembianze di un enorme serpente albino, il corpo lungo più di 10 metri si erge in tutta la sua maestosità davanti al portale del villaggio, fissando con occhi di morte Lutholinnad e Morwen.
Zathos lo colpisce con una freccia che si pianta al centro della testa del serpente, dopodiché è messo in fuga da un attacco mentale dello stesso che gli incute una paura irrefrenabile. Aelfwyne avanza con cautela, mentre Lutholinnad e Kelkian preparano degli incantesimi e Morwen scocca da lontano delle frecce che colpiscono la creatura in varie parti del corpo. Arrivato a contatto, Aelfwyne trafigge con un poderoso colpo il corpo del serpente, attirandone senza via di scampo le sue attenzioni: improvvisamente sente le sue membra immobilizzate e vede le fauci spalancarsi sopra la sua testa, come una promessa di morte. I canti pacificatori di Lutholinnad non sembrano avere effetto sulla potente mente della bestia così come un debole dardo di energia scagliato di Kelkian. Maselos scaglia invece un dardo magico di fuoco che trafigge le dure scaglie del rettile, ora pronto a divorare Aelfwyne. Per sua fortuna il morso non è letale, mentre lentamente riacquista la mobilità degli arti. Zathos rinsavisce e di nuovo colpisce l’immonda bestia con una precisione incredibile, attaccata contemporaneamente anche da Sir Romencar ed Aelfwyne….sembra sul punto di soccombere. In un ultimo disperato tentativo di raggiungere il suo scopo lancia un attacco mentale su Lutholinnad, uno shock terrificante che partendo dalla testa, le attraversa tutta la colonna vertebrale. Lutholinnad è gravemente ferita, così Kelkian rompe ogni indugio, impugna la sua bacchetta magica, e scaglia in un magico dardo ghiacciato che, attraversando la cornuta testa del serpente, sparge materia cerebrale e sangue sulle vesti di Aelfwyne e Romencar. Il lungo e pesante corpo serpente sbatte sul lastricato del viottolo e in pochi secondi il suo corpo evapora in una lieve nuvola di nebbia.

Una opinione su "SESSIONE 17"