24/11/2020, ANNO 448QE, Ninui (2)
La mattina seguente la compagnia è battuta da una incessante pioggia, che scioglie i cumuli di neve e rende il terreno un pantano di fango indecente. La marcia è rallentata dalle condizioni atmosferiche avverse. Uno stormo di Crebain appollaiati su una cresta di roccia, suggerisce a Lutholinnad di guidare il gruppo brevemente all’interno della foresta per sfuggire allo sguardo vigile dei grossi uccelli neri.

Il bosco trasuda malvagità ed il pericolo è tangibile. Dopo tre ore di marcia tra la fitta vegetazione, Morwen e Lutholinnad incappano in un profondo canalone scavato da un ruscello e coperto di pioggia, ma abilmente spingono i cavalli quel tanto che basta per evitare una rovinosa caduta; scampato il pericolo, il terreno smosso mostra i resti congelati di una ragazza Elfa, senza ormai più vita. Porta con se dell’equipaggiamento da esploratrice ed un arco lungo di splendida fattura sul quale è inciso il suo nome: Autarë (S. “La donna che inventa”, p. oitarii). È un arco in legno scuro, rifinito in oro e finemente intarsiato alla maniera elfica con richiami di musica e strumenti. Lutholinnad, ammaliata dalla splendida arma ed incuriosita dal legame che questa ha con il suo popolo, inizia a studiarla, mentre il gruppo prosegue dopo aver seppellito al meglio possibile il corpo della poveretta.
Un altro giorno volge al termine. Dopo una estenuante marcia verso nord, il gruppo decide di trovare riparo in un piccolo gruppo di colline sulla loro sinistra. Una grotta poco profonda ed inabitata, si rivela il luogo ideale. Lutholinnad si offre per il primo turno di veglia. Immersa nello studio dell’arco, realizza che una dolce melodia elfica raggiunge le sue orecchie. Dapprima confusa come in un sogno, ora è più chiara e distinta, e proviene chiaramente dal pendio che conduce al loro rifugio. In pochi istanti, svegliati gli altri, un gruppo di quattro Elfi si avvicina sulla soglia.
In un luogo così tetro, ciò che meno di ogni altra cosa ci si aspetterebbe di incontrare è un manipolo di Elfi (tutti Sindar) proveniente da Imladris (Gran Burrone). Gli Elfi sono esploratori guidati da Galion, il quale invita il gruppo ad unirsi a loro per la cena quella sera. La “festa” si dimostra indimenticabile soprattutto per i non Elfi e sono offerti loro cibi mai assaggiati e vini dal gusto ineguagliabile. La musica accompagna le parole e le informazioni che gli elfi sono lieti di scambiare. A quanto pare Autarë era la cugina di Galion.

Li mettono in guardia che più a nord troveranno la torre di Dol Cultirith, che ospita ciò che resta di un antico ordine di ranger malfamati, i Cultirith (‘Guardia di Bronzo’). Ad Est di Dol Cultirith c’è in effetti la rocca di Herubar Gûlar, ormai nota al gruppo, mentre Cameth Brin è ancora più a Nord, all’incirca 2 o 3 giorni di cammino. Il male sta crescendo prepotente in questa regione e loro, insieme ai signori di Gran Burrone, sono molto preoccupati degli intrecci che potrebbero legare le tre torri.
La foresta che invece hanno fiancheggiato nelle ultime ore è la famigerata Yfelwood, ultimo residuo della primordiale foresta della Terra di Mezzo, insieme a Mirkwood (Bosco Atro). Per millenni ha dato rifugio a creature non-morte, spettri e demoni.

Quella notte Morwen ed Aelfwyne hanno uno strano sogno. Esso certamente è stato favorito dall’esperienza con gli Elfi e dal cibo e liquore gustati, eppure è innegabile che in qualche modo sia legato all’esperienza nel tumulo.
Questo sogno ricorda molto quello avuto quella notte (la caduta di Cameth Brin, vedi Sessione 46), solamente che ora non vi sono tendoni, soldati e calici: dopo un turbinio di colori ed immagini poco identificabili, tra le quali si riesce appena a scorgere nuovamente il tumulo, poi il profilo di una fortezza contro la luna, Morwen ed Aelfwyne notano una figura ammantata dirigersi verso di loro. Dopo pochi istanti riconoscono la figura che nelle Tyrn Gorthad era sembrata loro un vegliardo, Eliacar, che gli viene incontro. Questa volta sotto il mantello è chiaramente visibile l’armatura del Cardolan, ora che conoscono la sua identità, anche la percezione che hanno di lui è più chiara. Il volto tuttavia rimane indistinguibile.

Eliacar è immobile ma è tutto il resto a muoversi: l’indefinibile oscurità che lo circonda prende pian piano le forme di una boscaglia a ridosso di una parete rocciosa vi è l’ingresso di una grotta, il cui ingresso è definito da una antica cornice in pietra intagliata; Eliacar è alla base, e loro anche. Sullo sfondo, si staglia in lontananza contro il cielo azzurro la sagoma di Cameth Brin. Il soldato, dopo un attimo di ulteriore immobilità, alza il braccio sinistro, quasi scheletrico, ed indica in direzione della grotta, più volte, quasi con insistenza.
Dopo un attimo tutto cambia ed i due si ritrovano ai piedi di una parete rocciosa, ora davvero imponente. C’è un pilastro squadrato alto quasi cinque o sei metri, un enorme masso che spunta dal terreno, proprio alla base di Cameth Brin. Tutto è immerso nella nebbia più fitta e non si riesce nemmeno a capire quanto sia alta la parete e neppure se sotto ci sia del solido terreno o meno, mentre il cielo buio è rischiarato solo dalla Luna. Eliacar questa volta resta fermo per lungo tempo, poi tutto comincia a diventare scuro… sempre più scuro.
Poco dopo tutto è sparito e Morwen ed Aelfwyne si destano d’improvviso, scossi da Yus’ath chino su di loro. Al mattino, quando tutti si svegliano, gli Elfi sono pronti per andare a recuperare le spoglie di Autarë e riportarla alla sua famiglia. Galion dona una fiaschetta di Miruvor (è il nome di una bevanda, più precisamene di un cordiale, tipico degli Elfi e dei Valar) a ciascuno di loro augurandogli buona fortuna per l’imminente impresa.

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